Una musica Unica

Una musica Unica

origenes_AcademiaIl tango fa la sua comparsa nei sobborghi di Buenos Aires intorno al 1880. Appare all’improvviso come una sorta di linguaggio comune della gente di Buenos Aires, folle di immigrati italiani, spagnoli, tedeschi, russi, famiglie numerose che abitano fianco a fianco nei grandi conventillos, nei cui cortili le note e i passi uniscono le persone più di quel castigliano sgrammaticato che ciascuno si sforza di parlare.

Nell’arrabal, il quartiere di periferia, si realizza l’incontro fra la gente del porto e la gente delle campagne. La gente della pampa porta la payada, un’antica forma di poesia popolare caratteristica delle feste di paese: il payador improvvisa sei versi endecasillabi, seguiti da un caratteristico stacco di chitarra.

In origine il tango è sola musica per accompagnare la danza. Il conjunto tipico è un trio di flauto, arpa, violino (l’arpa è di tipo diatonico, caratteristica degli indios del Paraguay) oppure flauto, chitarra, violino o anche clarinetto, chitarra, violino. Gli strumenti sono trasportabili, adatti sia a feste che a ritrovi di strada o di cortile. I musicisti suonano ad orecchio e spesso improvvisano, ed è per questo che le arie del primo periodo – non trascritte ne ancora incise su disco – sono in gran parte perdute.

Successivamente il flauto viene sostituito da un insolito strumento, il bandoneòn, una sorta di organetto inventato in Germania (dove non ebbe molta fortuna) e portato nel Rio della Plata da qualche immigrato. Grazie al genio di numerosi interpreti, che da strumento per semplici arie e accompagnamenti ne fanno uno straordinario mezzo espressivo, con il suo timbro singolare, la possibilità – agendo con abilità sul mantice – di ricavarne variegate coloriture sonore e accentuazioni dinamiche, diventerà nel nuovo secolo la voce più caratteristica del tango.

A partire dal 1900, quando il tango comincia a entrare nei teatri e nei caffè, si impone il trio bandoneòn-violino-pianoforte. Mentre il genere si evolve e l’orchestrazione diviene più ricca, negli anni ’10 al trio si sostituisce sul palco il sexteto tipico: due bandoneònes, 2 violini, pianoforte, contrabbasso. Cominciano così a dedicarsi al tango strumentisti e direttori sempre più colti musicalmente, quasi sempre italiani.

Julio De Caro (1899-1989), assieme al fratello Francisco, viene cacciato di casa dal padre, originario di Milano e insegnante di conservatorio, alla notizia che i due hanno tradito la musica classica per suonare tanghi nell’orchestra di Arolas. I due fratelli porteranno nel tango degli anni ’20 una straordinaria inventiva, che si esprime in contrasti dinamici, fantasie contrappuntistiche, brillanti trovate esecutive: glissandi, effetto chicharra (“cicala – sfregando le corde del violino dietro il ponticello), effetto lija (“carta vetrata”), fischi, risate.
Osvaldo+Pugliese+orquestapugliese

Francisco Canaro (1880-1964) introduce l’uso dell’estibillista (un cantante che interviene solo nel ritornello) preferendo un modello di esecuzione che non è ne’ semplicemente strumentale, ne’ pienamente vocale. Tipico l’effetto canyengue, ideato dal contrabbassista Leopoldo Thompson, ottenuto battendo con l’archetto o con la mano sulle corde dello strumento.

Juan D’Arienzo (1900-1976) sviluppa un ritmo molto ballabile, quasi ossessivamente metronomico, alternando pause a strappate simili a colpi di frusta o di zappa.

Carlos Di Sarli (1900-1960) valorizza gli archi, usa fraseggi melodici che valorizzano spesso l’unissono e ritmi articolati su contrasti legato-staccato.

Osvaldo Pugliese (1905-1995) si distingue per ardite tessiture armoniche e una accentuata poliritmìa, ossia una particolare forma di canyengue da lui stesso chiamata la yumba.